Spirit Ditch – ALESSIO BEATO
La mostra presenta un corpus ristretto di immagini attinte dal vasto archivio del fotografo: paesaggi lunari, solitudini vegetali o strane forme che popolano il nostro mondo, questi sono i principali soggetti che animeranno lo spazio.
L’archivio, al quale Alessio Beato lavora da molti anni, è composto da diverse sezioni tematiche in cui sono distribuite le fotografie, il cui schema, però, in questa occasione, non è stato rispettato: si è preferito procedere applicando un criterio di buon vicinato tra immagini appartenenti a ambiti diversi, accostandole per risonanza compositiva piuttosto che per affinità tematica.
La mostra si articolerà negli spazi dell’ex chiesa di San Martino occupandoli in maniera libera e calibrata, sfruttando la particolare conformazione dell’architettura, in bilico tra spazio industriale, di servizio e area con i resti evidenti di una struttura antica.
Questa esposizione vuole presentare al pubblico una ricerca fresca, attenta e mai retorica o spettacolarizzata. Lontano dagli esempi che popolano le bacheche Instagram o Pinterest, le immagini prodotte da Alessio Beato sono attente riflessioni sulle possibilità della macchina e dell’autore: gli scatti sono realizzati con una Rolleiflex, sofisticato mezzo analogico che ha scritto la storia della fotografia. Negli anni settanta è stato uno standard dei fotografi professionisti, usata da Diane Arbus, Vivian Maier, Richard Avedon…
Tecnicamente è una macchina medio formato, 6×6, e la sua particolarità sono i due obiettivi, di cui uno di inquadratura e uno di ripresa. Da ciò la sua singolarità, nonché difficoltà di utilizzo, ovvero che non si vede mai con precisione quello che effettivamente sarà fotografato: c’è una soglia di errore fissa.
La restituzione, su pellicola prima e su carta cotone poi, traduce delle immagini vere e profonde, cariche di senso del presente, ma allo stesso tempo ambigue e misteriose.
Spirit Ditch si traduce letteralmente come “fosso dell’anima” ovvero un vuoto, un non luogo in cui si è caduti esistenzialmente. Preso da una delle canzoni più profonde e melanconiche del cantautore americano Sparklehorse si riferisce a uno stato di assenza spirituale e di lontananza dall’idea di divinità e di anima. Nasce così questa serie di scatti, una sorta di taccuino pieno di appunti liberi, che esclude la figura umana dal ruolo di protagonista ma che parla del destino che equipara gli uomini agli oggetti, nella domanda che riguarda entrambi e che li mette in connessione dialettica: “esiste un’anima?”
Questa ricerca, fatta di luce e ombra, asseconda l’umana urgenza di scoperta, caratteristica, questa, che ci contraddistingue come specie, rendendoci forti, violenti ma anche vulnerabili. Nel continuo tentativo di ergerci a essere unico, imprescindibile e universale, sfruttiamo, unendoli, arte, scienza, amore e spiritualità per cogliere e fare nostro l’ignoto, spinti da un’ambizione forse arrogante. In questo non-luogo egoriferito in cui si è caduti né il tempo né lo spazio chiariscono la dimensione, non possiamo dire se si tratti di un momento o di un’ora, di morte o di vita; ci si ritrova stesi, colti nel risveglio, nel fosso dell’anima.
Alessio Beato
Alessio Beato. Spirit Ditch, Installation view. Ph. Alessio Beato
Alessio Beato. Spirit Ditch, Installation view. Ph. Alessio Beato
Alessio Beato. Spirit Ditch, Installation view. Ph. Alessio Beato
Alessio Beato. Spirit Ditch, Installation view. Ph. Alessio Beato
Alessio Beato. Spirit Ditch, Installation view. Ph. Alessio Beato
Alessio Beato. Spirit Ditch, Installation view. Ph. Alessio Beato
Alessio Beato. Spirit Ditch, Installation view. Ph. Alessio Beato
Alessio Beato. Spirit Ditch, Installation view. Ph. Alessio Beato
Alessio Beato. Spirit Ditch, Installation view. Ph. Alessio Beato
Alessio Beato. Spirit Ditch, Installation view. Ph. Alessio Beato
Alessio Beato. Spirit Ditch, Installation view. Ph. Alessio Beato
Alessio Beato. Spirit Ditch, Installation view. Ph. Alessio Beato
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