- FEDERICO TOSI
TIPS AND THUNDERS
“Oscurità. E prima dell’oscurità, il nulla, e il nulla non aveva colore. In esso non esisteva nulla. L’oscurità, almeno, definiva uno spazio. E presto, lo spazio nero venne turbato da qualcosa, come un vento lieve che penetrava tutto. Era il senso del tempo. Il nulla non aveva tempo, ma adesso il flusso degli istanti iniziò a manifestarsi in un lento stillicidio. Solo molto più tardi venne la luce, dapprima un’informe massa splendente, e dopo un’altra lunga attesa, l’affioramento dei contorni del mondo. La rediviva coscienza tentò di dare un senso a tutto questo; inizialmente distinse dei sottili tubi trasparenti…”1.
Un oggetto infinito ammicca nel buio: una sottile e instabile colonna che parte da terra per arrivare, un po’ sghemba, fino a chissà dove. Tips sono le mance, quelle del bar o quelle che tutti i nipotini hanno ricevuto dalle nonne o dai nonni. La mancetta, così la chiamava mio nonno, con un vezzeggiativo che indicava un po’ la tenerezza del gesto e un po’ il misero quantitativo di denaro che elargiva, era sempre fatta di spicci – c’erano anche le dieci lire con le spighette – che sembravano fatti apposta per essere messi uno sopra l’altro, in piccole file verticali traballanti. Questa immagine delle monete impilate… colpa, forse, di qualche ricordo sopito di strisce dei fumetti. Tips è la colonna di monete di Tosi, una struttura in bronzo patinato, fusione che riproduce una matrice fatta in resina, di cui conserva tutte le imperfezioni. Così, grazie a queste scabrosità, i discorsi che si potrebbero associarle, legati al denaro, al capitalismo e alla distruzione – ovviamente e specialmente ambientale, che è culturale – scorrono in fretta nella mente dell’osservatore lasciando spazio a considerazioni più ampie e allargate. Tips sono anche i consigli, suggerimenti di chi ha esperienza o è così vecchio da aver visto e conosciuto molto. Dalla terra è sorta questa stalagmite del capitalismo spinto, reperto archeologico di una contemporaneità che sta deflagrando, ma anche pianta nata da un fagiolo magico chimerico, simile a un corrugato masticato, che sale verso l’alto, raggiungendo uno spazio fuori dalla nostra portata.
Thunders, un rumore suona profondo e ammaliante, così enorme che possiamo percepirne i contorni con le mani, con il nostro corpo. Ribolle e attira in un angolo, dove un piccolo lampadario fa luce su una scena domestica: una sedia a dondolo, con una vecchina che dorme profondamente sotto una spessa coperta. È da lei che proviene il grande fragore. Questa piccola scultura di resina, lunga appena 30 cm, assume una forma enorme, che si propaga nello spazio, riempito tutto dal suo suono espanso, pulsante, pervasivo: un temporale scrosciante, con tuoni roboanti. La scultura, il cui volto è trattato in superficie come se le rughe fossero disegnate a china, ricorda in qualche maniera le statuette antichissime di divinità femminili: come loro, anche lei è chiusa in sé, piccola e carica dell’energia cosmica del tuono e della pioggia, idolo mansueto e vibrante, il cui corpo è immobile in un atteggiamento che emana fissità arcaica. La nonna tonante non si è addormentata al suono della pioggia, ma è il suo sonno che genera tempesta.
Per la mostra Tips and Thunders Federico Tosi ha pensato una serie di interventi che occupano lo spazio per mezzo di una forza generativa, al contempo fisica ed emotiva. Le opere entrano in risonanza tra loro e con lo spazio architettonico, espandendosi oltre misura come una forza tellurica, che smuove per propagazione ricordi arcaici e immagini possibili. Come in un percorso da sogno lucido, in cui la scena è illuminata solo da isolati coni di luce, il riverbero del reale genera scritture fantastiche e surreali.
Le opere di Tosi hanno una spazialità complessa che non si risolve all’interno delle stesse, la cui lettura non si esaurisce nei confini plastici ma comporta anche il coinvolgimento di qualcosa che si trova all’esterno: proseguono oltre sé stesse chiedendo in qualche modo allo spettatore di entrare nel gioco. La loro natura non risiede nell’essere illustrazioni di idee e la peculiarità non è la provocazione estetica: Federico è un sabotatore delle complessità da salotto, delle raffinatezze ruffiane. I suoi lavori spingono nella direzione di una lucida presa di posizione a favore dell’invenzione e della scoperta, rivendicando chiarezza, perentorietà e impertinenza per l’opera, che lascia dialogare insieme dimensioni arcaiche, cultura e immagini pop e pratiche specialistiche esterne all’arte (nella sua bio è in evidenza il fatto che abbia un diploma in thanatoestetica e thanatoprassi). Probabilmente, le sue immagini ci catturano così tanto poiché sollecitano ricordi sedimentati nella nostra memoria ancestrale, di animali cresciuti attraverso narrazioni.
Tosi non vuole polarizzare, preferisce raccontare, sfrangiare, allargare le maglie del sentire, come in Sapore di Mare del 2022 dove allo spettatore non è richiesto di fermarsi al perturbante del delfino divorato dai ratti, ma di provare a immaginare le situazioni da un punto di osservazione divergente, che consenta l’emergere di energie diverse. Come i What if… dei fumetti.
La sua ricerca ha, infine, a che fare con il tempo, con il suo scorrere, avanti o indietro, che attraversa le ere e le supera, che scivola sulle cose e le trasforma e questa trasformazione ha sempre qualcosa di crudele, ma dolce e maliardo al tempo stesso. Le immagini sono familiari, però vibrano per un glitch che traspone i suoi significati in un altrove che galleggia tra la fiction e la visionarietà di una medium cialtrona.
1 Cixin Liu, La materia del cosmo, Mondadori, Milano 2024, p. 355.
Tips and Thunders
Mia nonna si divertiva a darmi le mance in moneta, anche quando voleva darmi 50 €. Li faceva cambiare e mi regalava un sacchetto pieno, pesante. Come se le cose pesanti avessero più valore. O come se le ricordassero un tempo in cui tra le mani le passavano delle monetine, mentre le banconote erano tra le dita di persone di un altro ceto. Sono quei gesti, quei nomi desueti che a noi risultano buffi, quei modi di dire che abbiamo perduto, confusi tra le migliaia di parole nuove che ci diciamo. L’odore delle cose vecchie mi riporta a quelle battute in dialetto, a quei modi di fare di una volta. Uno stuzzicadenti usato tutto il giorno, la cucina con gli angoli pericolosamente appuntiti, le sedie scomode con il cuscino che scivola. La pasta al pomodoro. La carta da parati ruvida. Le pattine da mettere sotto le scarpe per non rovinare la cera del pavimento, che ti fanno pattinare più che camminare.
Quando mio nonno è mancato io e mia nonna siamo diventati amici. Ci stavamo simpatici. Un po’ le ricordavo lui, le mani, diceva. Quando facevamo i pranzi in famiglia stavamo sempre vicini e prendevamo in giro gli altri commensali, mi divertiva quel senso dell’umorismo antico che lei conservava. Se andavamo in trattoria si sentiva una queen, salutava tutte le sue amiche e mi teneva a braccetto, in dialetto le incalzava “varda che bel bagai che l’è el me’ nevò!”*. Andavo spesso a pranzo da lei quando uscivo dall’accademia, le facevo vedere i disegni, parlavo tanto e lei ascoltava, non capiva sempre cosa dicevo, “Te parlet tròpp svelt”*. Poi raccontava lei, di quando da piccola era stata portata in campagna per fuggire ai bombardamenti su Milano. Di lei che ballava col nonno, ballavano benissimo assieme. Di quando le avevano insegnato a cucire, dei sacrifici di una vita per le sue figlie. Di quel divano che avrebbe voluto, ma il nonno ne aveva preso un altro per risparmiare un po’, e ora a quel divano ci aveva fatto l’abitudine e non l’avrebbe cambiato perchè ormai era vecchia, diceva. Il tempo speso su un divano nuovo non sarebbe stato abbastanza. Non ne valeva la pena, diceva.
Un giorno le portai un grosso catalogo con le foto scattate dal telescopio HUBBLE. Rimase senza parole. Le spiegai che il libro andava indietro nel tempo, le prime pagine mostravano le galassie più vicine alla nostra, quindi un tempo più recente, mentre quelle delle ultime pagine mostravano le galassie più lontane, quelle che raccontano l’inizio della storia in cui siamo immersi. Non mi ascoltava, guardava le pagine e diceva “varda quante stelée…”* e le brillavano quegli occhi azzurri e fini, taglienti, infossati tra la pelle antica di rughe.
Morì con addosso dei calzini rosa. Spuntavano dalle coperte dove la salutai prima di partire, io per un luogo, lei, per un altro. Sembravano i piedi di una ragazzina.
La sua urna fu deposta nello stesso loculo del nonno, che stava li ormai da anni. Lui riposava in una bara, sigillata forse non benissimo. Quando aprimmo il loculo l’odore di cadavere pervase lo spazio, nessuno disse nulla, il prete continuò con la sua lenta omelia e a me veniva un po’ da ridere. Pensavo che fosse lo scherzo più divertente che un morto potesse fare ad un vivo, pensavo che anche lei avrebbe riso. Le ceneri furono messe li, accanto al suo amore che sudava un liquido nero, poi chiusero con il cemento. Ora non puzza più.
Mi sono sempre chiesto come passasse le sue giornate, da quando il nonno era mancato. Durante i temporali la immaginavo appisolata sotto le coperte, su quel divano un po’ scomodo, che ascoltava il rumore della pioggia e il sussurro del tempo che abbiamo dentro, che scivola. Che rimane sospeso, immobile all’infinito e se lo osservi a ritroso ne scovi l’infanzia, l’origine.
E poi, esplode.
Federico Tosi
* Guarda che bel ragazzo che è mio nipote!
* Parli troppo veloce
* Guarda quante stelle…
“Oscurità. E prima dell’oscurità, il nulla, e il nulla non aveva colore. In esso non esisteva nulla. L’oscurità, almeno, definiva uno spazio. E presto, lo spazio nero venne turbato da qualcosa, come un vento lieve che penetrava tutto. Era il senso del tempo. Il nulla non aveva tempo, ma adesso il flusso degli istanti iniziò a manifestarsi in un lento stillicidio. Solo molto più tardi venne la luce, dapprima un’informe massa splendente, e dopo un’altra lunga attesa, l’affioramento dei contorni del mondo. La rediviva coscienza tentò di dare un senso a tutto questo; inizialmente distinse dei sottili tubi trasparenti…”1.
Un oggetto infinito ammicca nel buio: una sottile e instabile colonna che parte da terra per arrivare, un po’ sghemba, fino a chissà dove. Tips sono le mance, quelle del bar o quelle che tutti i nipotini hanno ricevuto dalle nonne o dai nonni. La mancetta, così la chiamava mio nonno, con un vezzeggiativo che indicava un po’ la tenerezza del gesto e un po’ il misero quantitativo di denaro che elargiva, era sempre fatta di spicci – c’erano anche le dieci lire con le spighette – che sembravano fatti apposta per essere messi uno sopra l’altro, in piccole file verticali traballanti. Questa immagine delle monete impilate… colpa, forse, di qualche ricordo sopito di strisce dei fumetti. Tips è la colonna di monete di Tosi, una struttura in bronzo patinato, fusione che riproduce una matrice fatta in resina, di cui conserva tutte le imperfezioni. Così, grazie a queste scabrosità, i discorsi che si potrebbero associarle, legati al denaro, al capitalismo e alla distruzione – ovviamente e specialmente ambientale, che è culturale – scorrono in fretta nella mente dell’osservatore lasciando spazio a considerazioni più ampie e allargate. Tips sono anche i consigli, suggerimenti di chi ha esperienza o è così vecchio da aver visto e conosciuto molto. Dalla terra è sorta questa stalagmite del capitalismo spinto, reperto archeologico di una contemporaneità che sta deflagrando, ma anche pianta nata da un fagiolo magico chimerico, simile a un corrugato masticato, che sale verso l’alto, raggiungendo uno spazio fuori dalla nostra portata.
Thunders, un rumore suona profondo e ammaliante, così enorme che possiamo percepirne i contorni con le mani, con il nostro corpo. Ribolle e attira in un angolo, dove un piccolo lampadario fa luce su una scena domestica: una sedia a dondolo, con una vecchina che dorme profondamente sotto una spessa coperta. È da lei che proviene il grande fragore. Questa piccola scultura di resina, lunga appena 30 cm, assume una forma enorme, che si propaga nello spazio, riempito tutto dal suo suono espanso, pulsante, pervasivo: un temporale scrosciante, con tuoni roboanti. La scultura, il cui volto è trattato in superficie come se le rughe fossero disegnate a china, ricorda in qualche maniera le statuette antichissime di divinità femminili: come loro, anche lei è chiusa in sé, piccola e carica dell’energia cosmica del tuono e della pioggia, idolo mansueto e vibrante, il cui corpo è immobile in un atteggiamento che emana fissità arcaica. La nonna tonante non si è addormentata al suono della pioggia, ma è il suo sonno che genera tempesta.
Per la mostra Tips and Thunders Federico Tosi ha pensato una serie di interventi che occupano lo spazio per mezzo di una forza generativa, al contempo fisica ed emotiva. Le opere entrano in risonanza tra loro e con lo spazio architettonico, espandendosi oltre misura come una forza tellurica, che smuove per propagazione ricordi arcaici e immagini possibili. Come in un percorso da sogno lucido, in cui la scena è illuminata solo da isolati coni di luce, il riverbero del reale genera scritture fantastiche e surreali.
Le opere di Tosi hanno una spazialità complessa che non si risolve all’interno delle stesse, la cui lettura non si esaurisce nei confini plastici ma comporta anche il coinvolgimento di qualcosa che si trova all’esterno: proseguono oltre sé stesse chiedendo in qualche modo allo spettatore di entrare nel gioco. La loro natura non risiede nell’essere illustrazioni di idee e la peculiarità non è la provocazione estetica: Federico è un sabotatore delle complessità da salotto, delle raffinatezze ruffiane. I suoi lavori spingono nella direzione di una lucida presa di posizione a favore dell’invenzione e della scoperta, rivendicando chiarezza, perentorietà e impertinenza per l’opera, che lascia dialogare insieme dimensioni arcaiche, cultura e immagini pop e pratiche specialistiche esterne all’arte (nella sua bio è in evidenza il fatto che abbia un diploma in thanatoestetica e thanatoprassi). Probabilmente, le sue immagini ci catturano così tanto poiché sollecitano ricordi sedimentati nella nostra memoria ancestrale, di animali cresciuti attraverso narrazioni.
Tosi non vuole polarizzare, preferisce raccontare, sfrangiare, allargare le maglie del sentire, come in Sapore di Mare del 2022 dove allo spettatore non è richiesto di fermarsi al perturbante del delfino divorato dai ratti, ma di provare a immaginare le situazioni da un punto di osservazione divergente, che consenta l’emergere di energie diverse. Come i What if… dei fumetti.
La sua ricerca ha, infine, a che fare con il tempo, con il suo scorrere, avanti o indietro, che attraversa le ere e le supera, che scivola sulle cose e le trasforma e questa trasformazione ha sempre qualcosa di crudele, ma dolce e maliardo al tempo stesso. Le immagini sono familiari, però vibrano per un glitch che traspone i suoi significati in un altrove che galleggia tra la fiction e la visionarietà di una medium cialtrona.
1 Cixin Liu, La materia del cosmo, Mondadori, Milano 2024, p. 355.
Tips and Thunders
Mia nonna si divertiva a darmi le mance in moneta, anche quando voleva darmi 50 €. Li faceva cambiare e mi regalava un sacchetto pieno, pesante. Come se le cose pesanti avessero più valore. O come se le ricordassero un tempo in cui tra le mani le passavano delle monetine, mentre le banconote erano tra le dita di persone di un altro ceto. Sono quei gesti, quei nomi desueti che a noi risultano buffi, quei modi di dire che abbiamo perduto, confusi tra le migliaia di parole nuove che ci diciamo. L’odore delle cose vecchie mi riporta a quelle battute in dialetto, a quei modi di fare di una volta. Uno stuzzicadenti usato tutto il giorno, la cucina con gli angoli pericolosamente appuntiti, le sedie scomode con il cuscino che scivola. La pasta al pomodoro. La carta da parati ruvida. Le pattine da mettere sotto le scarpe per non rovinare la cera del pavimento, che ti fanno pattinare più che camminare.
Quando mio nonno è mancato io e mia nonna siamo diventati amici. Ci stavamo simpatici. Un po’ le ricordavo lui, le mani, diceva. Quando facevamo i pranzi in famiglia stavamo sempre vicini e prendevamo in giro gli altri commensali, mi divertiva quel senso dell’umorismo antico che lei conservava. Se andavamo in trattoria si sentiva una queen, salutava tutte le sue amiche e mi teneva a braccetto, in dialetto le incalzava “varda che bel bagai che l’è el me’ nevò!”*. Andavo spesso a pranzo da lei quando uscivo dall’accademia, le facevo vedere i disegni, parlavo tanto e lei ascoltava, non capiva sempre cosa dicevo, “Te parlet tròpp svelt”*. Poi raccontava lei, di quando da piccola era stata portata in campagna per fuggire ai bombardamenti su Milano. Di lei che ballava col nonno, ballavano benissimo assieme. Di quando le avevano insegnato a cucire, dei sacrifici di una vita per le sue figlie. Di quel divano che avrebbe voluto, ma il nonno ne aveva preso un altro per risparmiare un po’, e ora a quel divano ci aveva fatto l’abitudine e non l’avrebbe cambiato perchè ormai era vecchia, diceva. Il tempo speso su un divano nuovo non sarebbe stato abbastanza. Non ne valeva la pena, diceva.
Un giorno le portai un grosso catalogo con le foto scattate dal telescopio HUBBLE. Rimase senza parole. Le spiegai che il libro andava indietro nel tempo, le prime pagine mostravano le galassie più vicine alla nostra, quindi un tempo più recente, mentre quelle delle ultime pagine mostravano le galassie più lontane, quelle che raccontano l’inizio della storia in cui siamo immersi. Non mi ascoltava, guardava le pagine e diceva “varda quante stelée…”* e le brillavano quegli occhi azzurri e fini, taglienti, infossati tra la pelle antica di rughe.
Morì con addosso dei calzini rosa. Spuntavano dalle coperte dove la salutai prima di partire, io per un luogo, lei, per un altro. Sembravano i piedi di una ragazzina.
La sua urna fu deposta nello stesso loculo del nonno, che stava li ormai da anni. Lui riposava in una bara, sigillata forse non benissimo. Quando aprimmo il loculo l’odore di cadavere pervase lo spazio, nessuno disse nulla, il prete continuò con la sua lenta omelia e a me veniva un po’ da ridere. Pensavo che fosse lo scherzo più divertente che un morto potesse fare ad un vivo, pensavo che anche lei avrebbe riso. Le ceneri furono messe li, accanto al suo amore che sudava un liquido nero, poi chiusero con il cemento. Ora non puzza più.
Mi sono sempre chiesto come passasse le sue giornate, da quando il nonno era mancato. Durante i temporali la immaginavo appisolata sotto le coperte, su quel divano un po’ scomodo, che ascoltava il rumore della pioggia e il sussurro del tempo che abbiamo dentro, che scivola. Che rimane sospeso, immobile all’infinito e se lo osservi a ritroso ne scovi l’infanzia, l’origine.
E poi, esplode.
Federico Tosi
* Guarda che bel ragazzo che è mio nipote!
* Parli troppo veloce
* Guarda quante stelle…
Tips, 2025Cast bronze, 3 x 4 x 500 cm. Ph. Alessio Beato
Tips, 2025Cast bronze, 3 x 4 x 500 cm. Ph. Alessio Beato
Tips, 2025, detailCast bronze, 3 x 4 x 500 cm. Ph. Alessio Beato
Tips, 2025, detailCast bronze, 3 x 4 x 500 cm. Ph. Alessio Beato
Tips, 2025, detailCast bronze, 3 x 4 x 500 cm. Ph. Alessio Beato
Tips, 2025, detailCast bronze, 3 x 4 x 500 cm. Ph. Alessio Beato
Tips, 2025Cast bronze, 3 x 4 x 500 cm. Ph. Alessio Beato
Thunders, 2024Resins, audio speaker, synthetic hair, 24 x 15 x 30 cm. Ph. Alessio Beato
Thunders, 2024Resins, audio speaker, synthetic hair, 24 x 15 x 30 cm. Ph. Alessio Beato
Thunders, 2024Resins, audio speaker, synthetic hair, 24 x 15 x 30 cm. Ph. Alessio Beato
Thunders, 2024, detailResins, audio speaker, synthetic hair, 24 x 15 x 30 cm. Ph. Alessio Beato
Lunatica, 2025Oil on canvas, 30 x 20 cm. Ph. Alessio Beato
Lunatica, 2025Oil on canvas, 30 x 20 cm. Ph. Alessio Beato
Lunatica, 2025Oil on canvas, 30 x 20 cm. Ph. Alessio Beato
Federico Tosi nasce a Milano nel 1988, studia al liceo artistico e si laurea nel 2008 in pittura presso accademia di Brera e nel 2012 consegue il master in scultura in accademia di Brera con un anno di student exchange a Istanbul presso la Mimar Sinan University. Nel 2014 consegue un diploma in thanatoestetica e thanatoprassi presso la casa funeraria Terracielo, a Modena. Dal 2024 insegna scultura presso liceo artistico Giovanni XXIII, a Milano.
La sua ricerca si incentra su un’osservazione disillusa e cinica della realtà, l’umanità nella sua interezza viene spesso derisa e sminuita e la Natura diventa padrona e ribelle. Un senso di malinconia e di nostalgia avvolge le sue opere, le cui tematiche affrontano problemi legati all’inquinamento, alla sovrappopolazione, alla trasformazione del pianeta e in generale alla distopia che aleggia sul nostro futuro, non senza un forte tono ironico e alle volte grottesco. Malattie, catastrofi, vecchiaia e immortalità vengono rilette e collocate in un regno sbilanciato, i ruoli dei protagonisti vengono alterati, il passato e il futuro si mescolano in un limbo temporale che rende impossibile collocare l’opera in un tempo specifico. Centrali nella ricerca sono lo studio di fossili e di forme di vita primitive a seconda delle specifiche eree del pianeta, fino ad arrivare all’epoca più recente degli ominidi e quindi dei sapiens. Di grande interesse è lo studio sui funghi e dei miceli, dell’intelligenza delle piante e del loro rapporto con la nostra esistenza.
Un’osservazione quasi maniacale per i dettagli della natura si ricombina nella pratica stessa, dove i materiali vengono trattati con lentezza e minuziosità. Nel suo lavoro vengono utilizzate varie forme espressive, specialmente disegno, pittura e scultura. I materiali utilizzati variano enormemente a seconda della produzione, spaziando tra resine, terracotta, cemento e sculture robotiche.
ENG
Federico Tosi was born in Milan in 1988. He attended art school and graduated in 2008 with a degree in painting from the Brera Academy. In 2012, he earned a master’s degree in sculpture from the Brera Academy, following a year of student exchange in Istanbul at Mimar Sinan University. In 2014, he earned a diploma in thanatoaesthetics and thanatopraxis from the Terracielo funeral home in Modena. Since 2024, he has taught sculpture at the Giovanni XXIII art school in Milan.
His research focuses on a disillusioned and cynical observation of reality: humanity as a whole is often mocked and belittled, and Nature becomes the master and rebel. A sense of melancholy and nostalgia pervades his works, whose themes address issues related to pollution, overpopulation, the transformation of the planet, and the general dystopia that hovers over our future, not without a strong ironic and sometimes grotesque tone. Disease, catastrophes, old age, and immortality are reinterpreted and placed in an unbalanced realm, the protagonists’ roles are altered, and past and future intertwine in a temporal limbo that makes it impossible to place the work in a specific time period. Central to his research are the study of fossils and primitive life forms according to specific eras of the planet, up to the most recent era of hominids and then sapiens. Of great interest is his study of fungi and mycelia, the
intelligence of plants, and their relationship to our existence.
An almost obsessive observation of nature’s details is reflected in his practice itself, where materials are treated slowly and meticulously. His work employs various forms of expression, especially drawing, painting, and sculpture. The materials used vary greatly depending on the production, ranging from resins, terracotta, concrete, and robotic sculptures.
- MARIO AIRÒ
- Andrea Magnani






























