• MARIO AIRÒ

Nel Mentre

Opening 24.07.2025 H. 06 / 24.07.2025 – 15.09.2025
Palazzo Brancadoro, Via della Sapienza 18, Fermo
Text

All’inizio degli anni 2000 il regista Philip Gröning, dopo 18 anni di attesa, è riuscito ad ottenere il permesso di poter entrare nella Grande Chartreuse, il più antico monastero dell’ordine dei Certosini, che si trova in Francia a pochi chilometri da Grenoble. “Lì, protetti dalle mura antiche e dal silenzio del luogo, vivono uomini che per tutta la loro vita hanno scelto di amare Dio e di ascoltarne la Parola nel rumore del vento e della pioggia e di vederne l’immagine nello scorrere delle stagioni, misurando lo scorrere del tempo con i rintocchi della campana e il suono delle proprie preghiere”[1]. Lì ha raccolto 120 ore di girato, condotto senza luci artificiali, con mezzi essenziali, confluito nel Grande Silenzio (2005), un documentario di 164 minuti montato senza colonna sonora o altre particolari intrusioni. Il risultato è un film che rende esplicita la qualità essenziale e esistenziale di una vita di contemplazione, che non riguarda, come si può immaginare in maniera ingannevole, il trascorrere del tempo in preghiera e mortificazione, ma ha a che fare con una profonda e reale osservazione del mondo e delle attività umane, ottenendone spunti per meditare e interrogarsi. È, questa, un’attitudine che dovrebbe essere sostanziale per tutti gli individui, che dovrebbe portarci a condurre un’esistenza di armonia e reciprocità.

“R. […] la parola eidos designa per Platone sia ciò che materialmente «è visto», ossia il fenomeno (phainomenon, ciò che «si palesa»), sia ciò con cui si vede.
H. Ecco la vera questione: continuiamo a pensare che l’immagine sia quella che vediamo. Non capiamo che vediamo per mezzo delle immagini. È così che comprendiamo il mondo. Vediamo una forma o anche qualcosa di più profondo o che in qualche modo ci tocca, ma se il fenomeno non passa attraverso l’immaginazione, non è immaginato, non ha significato: ci scavalca, ci sfugge”[2].

Questo passo è tratto dal dialogo tra James Hillman e Silvia Ronchey che è dedicato ai mosaici paleocristiani di Ravenna ma, più ampiamente, a rispondere alla domanda “cos’è un’immagine?”, la stessa che Mario Airò si è sempre posto durante tutti i suoi anni di ricerca e che ha guidato le sue sperimentazioni in territori sempre al limite tra vari ambiti disciplinari.
Un po’ come i monaci della Grande Chartreuse e un po’ come lo stesso regista, l’artista è alla ricerca dell’essenziale, di un’immagine che generi pensiero, esperienza e conoscenza.
“Non è neppure un’intensità affettiva, e nemmeno emotiva, ma una specie di intensità concentrata. […] Un effetto magico che fa diventare il potere dell’immagine esperienza integrale. Ecco: il potere dell’immagine è creare esperienza. E questo permette una prima effettiva risposta alla nostra domanda: che cos’è un’immagine? È immagine quella che ha questo potere”[3].
Con la mostra Nel mentre, concepita da Mario Airò appositamente per gli spazi di Palazzo Brancadoro[4], le opere realizzate creano un insieme da esperire più che osservare e si pongono, in particolare, come un omaggio alla musica declinato attraverso diverse immagini.
Nel suo percorso artistico, Airò ha variamente interagito con la musica e le sue qualità, indagando spesso le relazioni tra visuale e sonoro e le loro possibili traduzioni reciproche. Il gioco delle perle di vetro (2003) è composto da quattro diapositive in cui sono riprodotti i cieli a nord, sud, est e ovest, su questi l’artista ha inserito le cinque linee del pentagramma, disegnate con angolazioni diverse: in ognuna delle quattro diapositive viene a crearsi, così, uno spartito musicale, in cui le note sono indicate dalle stelle che ci capitano in mezzo. Con il musicista Enrico Serotti, l’artista ha assegnato un suono in base all’andamento melodico del brano che si era generato, in cui la durata delle note dipendeva dalla luminosità delle stelle. In M’illumino d’immenso (2005), invece, è il suono della poesia di Ungaretti che diventa linea, immagine: un laser compone due movimenti asciutti, tracciando prima una linea in verticale e poi una in orizzontale, cercando così di visualizzare l’andamento ritmico del verso.
Similmente, Nel mentre è una mostra per la quale l’artista ha scelto di creare un percorso che coinvolge opere attinenti a una dimensione armonica del visivo che si traduce in andamento musicale per mezzo dei segni di cui è composta.
La prima opera che si incontra, salendo lo scalone di accesso, è Diapason #3 (2019), composta da cinque elementi in ottone che riproducono la forma del diapason, ma ne stravolgono le dimensioni arrivando a un’altezza di circa due metri e mezzo. Ognuno di essi ha al suo interno un foglio di carta assorbente imbevuto di inchiostro di diversi colori. L’immagine che si forma è quella di una parte dello spettro di emissione luminosa dell’oro, riproducendone le righe colorate e i relativi intervalli, corrispondenti alla frequenza della radiazione elettromagnetica emessa dagli elettroni quando compiono una transizione energetica. Sulla parete, accanto a questi elementi slanciati, si trova una scultura di dimensioni ridotte simile a una piccola mano-mensola su cui, come in alcune rappresentazioni antiche, è appeso un cimbalo. Questo strumento musicale è altresì una scultura che suona: si tratta di una fusione in bronzo campanario che riproduce in maniera esatta l’antichissimo strumento musicale, su cui Airò ha aggiunto la riproduzione di alcuni pittogrammi appartenenti all’ultima scrittura di questo tipo presente al mondo, anche se solo a livello rituale[5].
La presenza di questa mano-mensola, porgendo l’antico strumento, dal rintocco che rilascia una particolare risonanza bitonale legata alla dimensione del rituale, rende segno visivo il suono della musica e amplia le suggestioni sonore dell’opera tutta. Così, da immagine post-minimalista, i grandi diapason acquistano una diversa complessità ritmica che li traduce in una dimensione melodica. All’ingresso del piano nobile della dimora, si trova Estrellita, del 2003, un’opera composta da un vaso di vetro in cui, piantata nella torba, cresce una rosa che si torce e contorce per raggiungere un fascio di luce che piove dall’alto. Nello spazio, a completare l’installazione, risuona la famosa aria del 1912 Estrellita di Manuel Ponce. L’immagine che si crea è poetica e dolcissima: agli sviluppi verticali dell’aria, corrisponde l’andamento ascensionale del fiore che cerca la luce proveniente dall’alto. Nello studiolo appare invece uno strano macchinario: una pressa rudimentale che intrappola una rosa intrisa di alcol e capovolta, pressata su uno spartito a versare il suo colore. Lo spartito è Les collines d’Anacapri preludio n. 5 di Debussy scelto per la sua qualità di impressione sonora di un paesaggio. La gettata di colore naturale segna con un alone i passaggi più vibranti del brano. Per tutta la durata della mostra saranno stampati diversi spartiti che si troveranno poi sparsi in diverse stanze.
Nel cuore del palazzo, nella sala della musica, si trovano i pannelli di Pareidolia capillare (2025), un’installazione composta da grandi tavole di legno che poggiano su elementi organici.
La pareidolia è un fenomeno ben conosciuto e studiato in neuroscienza che riguarda la percezione visiva di forme riconoscibili, in particolare volti ma non solo, in oggetti casuali come le macchie di umidità sui muri o quelle di inchiostro, nelle nuvole, in un pezzo di legno o in un sasso. Si tratta di un fenomeno bilanciato tra percezione e immaginazione ed è un’antichissima funzione integrata nel nostro sistema di riconoscimento visivo, che aiutava l’essere umano a riconoscere i pericoli ma che, oggi, ha un carattere prevalentemente immaginifico.
A proposito della pareidolia, scriveva Leonardo: “Non isprezzare questo mio parere, nel quale ti si ricorda che non ti sia grave il fermarti alcuna volta a vedere nelle macchie de’ muri, o nella cenere del fuoco, o nuvoli o fanghi, od altri simili luoghi, ne’ quali, se ben saranno da te considerati, tu troverai invenzioni mirabilissime, che destano l’ingegno del pittore a nuove invenzioni sì di componimenti di battaglie, d’animali e d’uomini, come di varî componimenti di paesi e di cose mostruose, come di diavoli e simili cose, perché saranno causa di farti onore; perché nelle cose confuse l’ingegno si desta a nuove invenzioni”[6].
L’artista è intervenuto sulle superfici dei pannelli di pioppo sottolineando lievemente, con velature di colore, le venature del legno, generando una scansione ‘schioppettante’ di dinamismi che vanno a formare come una pelle della sala dei concerti. Trovandosi al centro della stanza, si ha la sensazione di essere immersi in un fenomeno astronomico: le lingue di colore che compaiono sui pannelli ci lasciano immaginare scie di derive interstellari, esplosioni e fuochi fatui prodotti da gas cosmici. L’immagine complessiva è vertiginosa, evocazione di ritmi e andamenti generativi, un’astrazione che risuona di echi ancestrali.
Chiude il percorso Anatoma tobeyoides (2019) , un pannello bianco ricoperto di piccoli segni grafici, anch’essi bianchi, che formano un reticolo quasi invisibile sulla superficie dell’opera e simulano i percorsi vagabondi di un micro-mollusco, rendendo omaggio ai White writings di Mark Tobey.
Sempre di più negli ultimi anni l’artista ha condotto con intensità una ricerca di libertà, dedicata all’immagine, sul cui significato e natura si interroga da sempre. Gli ultimi lavori sono frutto di un processo lento, quotidiano, laddove possibile, sempre più solenne e lievissimo, ma pieno di una forza profonda. Come un monaco, l’artista predilige il ritiro nel proprio studio, dove però resta attento al mondo, non smette di osservarlo e coglierne suoni, immagini e possibilità che traduce in un sapere umano, condiviso e fragile, universale. A questa visione si può ricondurre un’opera di molti anni fa, Unité d’habitation del 1994, che ricostruisce una cella della Certosa di Pavia. Realizzato in mattoni, come un vero piccolo edificio a misura di singolo uomo, l’ambiente era costruito attorno alla finestra dello spazio espositivo, unico punto da cui era possibile spiarne l’interno, mentre dentro la galleria si manifestava la perentoria inaccessibilità di tre facciate di mattoni senza finestre. Il monaco nel suo spazio di contemplazione chiude ogni comunicazione al mondo relazionale umano, lasciando aperti i canali alla partecipazione mistica.

[1] https://www.cinematografo.it/film/il-grande-silenzio-pzxkrszi.
[2] J. Hillman, S. Ronchey, L’ultima immagine, Bur psyché Rizzoli, Milano 2023, p. 107.
[3] J. Hillman, S. Ronchey, cit., 2023, p. 129.
[4] Il palazzo è sede del Circolo di Ave, realtà virtuosa che, attraverso una attenta e meticolosa ricerca, promuove concerti di musica classica ospitando talenti emergenti e maestri riconosciuti a livello mondiale.

[5] Cfr. C. Turini, I libri del Pipistrello Bianco. Ricostruzione linguistica, filologica e culturale di un manoscritto rituale Naxi, Quodlibet, Macerata, 2016.

[6] Trattato della pittura di Leonardo da Vinci, condotto sul cod. Vaticano Urbinate 1270, Unione cooperativa editrice, Roma 1890, p. 40.

 

All’inizio degli anni 2000 il regista Philip Gröning, dopo 18 anni di attesa, è riuscito ad ottenere il permesso di poter entrare nella Grande Chartreuse, il più antico monastero dell’ordine dei Certosini, che si trova in Francia a pochi chilometri da Grenoble. “Lì, protetti dalle mura antiche e dal silenzio del luogo, vivono uomini che per tutta la loro vita hanno scelto di amare Dio e di ascoltarne la Parola nel rumore del vento e della pioggia e di vederne l’immagine nello scorrere delle stagioni, misurando lo scorrere del tempo con i rintocchi della campana e il suono delle proprie preghiere”[1]. Lì ha raccolto 120 ore di girato, condotto senza luci artificiali, con mezzi essenziali, confluito nel Grande Silenzio (2005), un documentario di 164 minuti montato senza colonna sonora o altre particolari intrusioni. Il risultato è un film che rende esplicita la qualità essenziale e esistenziale di una vita di contemplazione, che non riguarda, come si può immaginare in maniera ingannevole, il trascorrere del tempo in preghiera e mortificazione, ma ha a che fare con una profonda e reale osservazione del mondo e delle attività umane, ottenendone spunti per meditare e interrogarsi. È, questa, un’attitudine che dovrebbe essere sostanziale per tutti gli individui, che dovrebbe portarci a condurre un’esistenza di armonia e reciprocità.

“R. […] la parola eidos designa per Platone sia ciò che materialmente «è visto», ossia il fenomeno (phainomenon, ciò che «si palesa»), sia ciò con cui si vede.
H. Ecco la vera questione: continuiamo a pensare che l’immagine sia quella che vediamo. Non capiamo che vediamo per mezzo delle immagini. È così che comprendiamo il mondo. Vediamo una forma o anche qualcosa di più profondo o che in qualche modo ci tocca, ma se il fenomeno non passa attraverso l’immaginazione, non è immaginato, non ha significato: ci scavalca, ci sfugge”[2].

Questo passo è tratto dal dialogo tra James Hillman e Silvia Ronchey che è dedicato ai mosaici paleocristiani di Ravenna ma, più ampiamente, a rispondere alla domanda “cos’è un’immagine?”, la stessa che Mario Airò si è sempre posto durante tutti i suoi anni di ricerca e che ha guidato le sue sperimentazioni in territori sempre al limite tra vari ambiti disciplinari.
Un po’ come i monaci della Grande Chartreuse e un po’ come lo stesso regista, l’artista è alla ricerca dell’essenziale, di un’immagine che generi pensiero, esperienza e conoscenza.
“Non è neppure un’intensità affettiva, e nemmeno emotiva, ma una specie di intensità concentrata. […] Un effetto magico che fa diventare il potere dell’immagine esperienza integrale. Ecco: il potere dell’immagine è creare esperienza. E questo permette una prima effettiva risposta alla nostra domanda: che cos’è un’immagine? È immagine quella che ha questo potere”[3].
Con la mostra Nel mentre, concepita da Mario Airò appositamente per gli spazi di Palazzo Brancadoro[4], le opere realizzate creano un insieme da esperire più che osservare e si pongono, in particolare, come un omaggio alla musica declinato attraverso diverse immagini.
Nel suo percorso artistico, Airò ha variamente interagito con la musica e le sue qualità, indagando spesso le relazioni tra visuale e sonoro e le loro possibili traduzioni reciproche. Il gioco delle perle di vetro (2003) è composto da quattro diapositive in cui sono riprodotti i cieli a nord, sud, est e ovest, su questi l’artista ha inserito le cinque linee del pentagramma, disegnate con angolazioni diverse: in ognuna delle quattro diapositive viene a crearsi, così, uno spartito musicale, in cui le note sono indicate dalle stelle che ci capitano in mezzo. Con il musicista Enrico Serotti, l’artista ha assegnato un suono in base all’andamento melodico del brano che si era generato, in cui la durata delle note dipendeva dalla luminosità delle stelle. In M’illumino d’immenso (2005), invece, è il suono della poesia di Ungaretti che diventa linea, immagine: un laser compone due movimenti asciutti, tracciando prima una linea in verticale e poi una in orizzontale, cercando così di visualizzare l’andamento ritmico del verso.
Similmente, Nel mentre è una mostra per la quale l’artista ha scelto di creare un percorso che coinvolge opere attinenti a una dimensione armonica del visivo che si traduce in andamento musicale per mezzo dei segni di cui è composta.
La prima opera che si incontra, salendo lo scalone di accesso, è Diapason #3 (2019), composta da cinque elementi in ottone che riproducono la forma del diapason, ma ne stravolgono le dimensioni arrivando a un’altezza di circa due metri e mezzo. Ognuno di essi ha al suo interno un foglio di carta assorbente imbevuto di inchiostro di diversi colori. L’immagine che si forma è quella di una parte dello spettro di emissione luminosa dell’oro, riproducendone le righe colorate e i relativi intervalli, corrispondenti alla frequenza della radiazione elettromagnetica emessa dagli elettroni quando compiono una transizione energetica. Sulla parete, accanto a questi elementi slanciati, si trova una scultura di dimensioni ridotte simile a una piccola mano-mensola su cui, come in alcune rappresentazioni antiche, è appeso un cimbalo. Questo strumento musicale è altresì una scultura che suona: si tratta di una fusione in bronzo campanario che riproduce in maniera esatta l’antichissimo strumento musicale, su cui Airò ha aggiunto la riproduzione di alcuni pittogrammi appartenenti all’ultima scrittura di questo tipo presente al mondo, anche se solo a livello rituale[5].
La presenza di questa mano-mensola, porgendo l’antico strumento, dal rintocco che rilascia una particolare risonanza bitonale legata alla dimensione del rituale, rende segno visivo il suono della musica e amplia le suggestioni sonore dell’opera tutta. Così, da immagine post-minimalista, i grandi diapason acquistano una diversa complessità ritmica che li traduce in una dimensione melodica. All’ingresso del piano nobile della dimora, si trova Estrellita, del 2003, un’opera composta da un vaso di vetro in cui, piantata nella torba, cresce una rosa che si torce e contorce per raggiungere un fascio di luce che piove dall’alto. Nello spazio, a completare l’installazione, risuona la famosa aria del 1912 Estrellita di Manuel Ponce. L’immagine che si crea è poetica e dolcissima: agli sviluppi verticali dell’aria, corrisponde l’andamento ascensionale del fiore che cerca la luce proveniente dall’alto. Nello studiolo appare invece uno strano macchinario: una pressa rudimentale che intrappola una rosa intrisa di alcol e capovolta, pressata su uno spartito a versare il suo colore. Lo spartito è Les collines d’Anacapri preludio n. 5 di Debussy scelto per la sua qualità di impressione sonora di un paesaggio. La gettata di colore naturale segna con un alone i passaggi più vibranti del brano. Per tutta la durata della mostra saranno stampati diversi spartiti che si troveranno poi sparsi in diverse stanze.
Nel cuore del palazzo, nella sala della musica, si trovano i pannelli di Pareidolia capillare (2025), un’installazione composta da grandi tavole di legno che poggiano su elementi organici.
La pareidolia è un fenomeno ben conosciuto e studiato in neuroscienza che riguarda la percezione visiva di forme riconoscibili, in particolare volti ma non solo, in oggetti casuali come le macchie di umidità sui muri o quelle di inchiostro, nelle nuvole, in un pezzo di legno o in un sasso. Si tratta di un fenomeno bilanciato tra percezione e immaginazione ed è un’antichissima funzione integrata nel nostro sistema di riconoscimento visivo, che aiutava l’essere umano a riconoscere i pericoli ma che, oggi, ha un carattere prevalentemente immaginifico.
A proposito della pareidolia, scriveva Leonardo: “Non isprezzare questo mio parere, nel quale ti si ricorda che non ti sia grave il fermarti alcuna volta a vedere nelle macchie de’ muri, o nella cenere del fuoco, o nuvoli o fanghi, od altri simili luoghi, ne’ quali, se ben saranno da te considerati, tu troverai invenzioni mirabilissime, che destano l’ingegno del pittore a nuove invenzioni sì di componimenti di battaglie, d’animali e d’uomini, come di varî componimenti di paesi e di cose mostruose, come di diavoli e simili cose, perché saranno causa di farti onore; perché nelle cose confuse l’ingegno si desta a nuove invenzioni”[6].
L’artista è intervenuto sulle superfici dei pannelli di pioppo sottolineando lievemente, con velature di colore, le venature del legno, generando una scansione ‘schioppettante’ di dinamismi che vanno a formare come una pelle della sala dei concerti. Trovandosi al centro della stanza, si ha la sensazione di essere immersi in un fenomeno astronomico: le lingue di colore che compaiono sui pannelli ci lasciano immaginare scie di derive interstellari, esplosioni e fuochi fatui prodotti da gas cosmici. L’immagine complessiva è vertiginosa, evocazione di ritmi e andamenti generativi, un’astrazione che risuona di echi ancestrali.
Chiude il percorso Anatoma tobeyoides (2019) , un pannello bianco ricoperto di piccoli segni grafici, anch’essi bianchi, che formano un reticolo quasi invisibile sulla superficie dell’opera e simulano i percorsi vagabondi di un micro-mollusco, rendendo omaggio ai White writings di Mark Tobey.
Sempre di più negli ultimi anni l’artista ha condotto con intensità una ricerca di libertà, dedicata all’immagine, sul cui significato e natura si interroga da sempre. Gli ultimi lavori sono frutto di un processo lento, quotidiano, laddove possibile, sempre più solenne e lievissimo, ma pieno di una forza profonda. Come un monaco, l’artista predilige il ritiro nel proprio studio, dove però resta attento al mondo, non smette di osservarlo e coglierne suoni, immagini e possibilità che traduce in un sapere umano, condiviso e fragile, universale. A questa visione si può ricondurre un’opera di molti anni fa, Unité d’habitation del 1994, che ricostruisce una cella della Certosa di Pavia. Realizzato in mattoni, come un vero piccolo edificio a misura di singolo uomo, l’ambiente era costruito attorno alla finestra dello spazio espositivo, unico punto da cui era possibile spiarne l’interno, mentre dentro la galleria si manifestava la perentoria inaccessibilità di tre facciate di mattoni senza finestre. Il monaco nel suo spazio di contemplazione chiude ogni comunicazione al mondo relazionale umano, lasciando aperti i canali alla partecipazione mistica.

[1] https://www.cinematografo.it/film/il-grande-silenzio-pzxkrszi.
[2] J. Hillman, S. Ronchey, L’ultima immagine, Bur psyché Rizzoli, Milano 2023, p. 107.
[3] J. Hillman, S. Ronchey, cit., 2023, p. 129.
[4] Il palazzo è sede del Circolo di Ave, realtà virtuosa che, attraverso una attenta e meticolosa ricerca, promuove concerti di musica classica ospitando talenti emergenti e maestri riconosciuti a livello mondiale.

[5] Cfr. C. Turini, I libri del Pipistrello Bianco. Ricostruzione linguistica, filologica e culturale di un manoscritto rituale Naxi, Quodlibet, Macerata, 2016.

[6] Trattato della pittura di Leonardo da Vinci, condotto sul cod. Vaticano Urbinate 1270, Unione cooperativa editrice, Roma 1890, p. 40.

 

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